La scheda
Azione
Entra con la mano chiusa. La scheda non si vede.
Giobi
"Vi faccio una domanda. Se da domani vi metteste a scrivere tutte le cose importanti della vostra vita: con chi avete parlato, cosa vi siete detti, e anche quelle cose che rimuginate quando siete da soli. E se l’aveste fatto da quando eravate in grado di farlo. Quante biblioteche riempireste?"
"Nessuna. Neanche una. Una vita intera scritta sta in una parete di libri."
735 volumi = ritmo vero del diario (1.569.622 parole in 303 giorni) proiettato su 35 anni.
Niente "buonasera" e niente "mi presento": richiesta delle organizzatrici. Pausa dopo la domanda, e un'altra prima di aprire la mano.
Azione
Apre la mano: una microSD.
Giobi
"Qui. La vedete? Lei in prima fila, a malapena. Lì in fondo, niente."
"E qui dentro una biblioteca ci sta tutta. Una quarantina di vite intere. Una cosa così piccola."
"Quindi lo spazio non è mai stato il problema. E nemmeno ricordare. Il problema è ritrovare."
Giobi
"Io lo faccio dal primo novembre. Dieci mesi."
diary/, inclusi i diari importati da Gmail del 2008-2016. Il valore vero dal 1° novembre (303 giorni) è 1.569.622 parole, 38 MB.Scheda portata a 128 GB: al ritmo vero fa 60.156 volumi da 300 pagine (una biblioteca civica intera) e 2.863 anni, cioè 36 vite da ottant’anni.
Via i soldi e via i grammi (scelta di Giobi): niente "otto euro", niente "un quarto di grammo" — al loro posto "una cosa così piccola". E "una biblioteca", mai una biblioteca nominata.
Di’ "ci sono dentro", mai "ne ho scritte", e non dire la media giornaliera: in quel totale ci sono anche le trascrizioni delle riunioni e il testo prodotto dal programma.
Da decidere in sala: se sono una quarantina, "trentasei persone" diventa "tutti quelli che sono qui stasera". Se sono di più, resta il numero, o "le prime tre file".
Azione
Rimette via la scheda.
Giobi
"Lo spazio non è mai stato il problema. Il tema è la voglia, il tempo e il modo di mettere dentro questi dati."
Giobi
"Sono Giobi, faccio il programmatore, ho quattro figli. Mi piace cantare, mi piace fotografare le cose, mi piace andare in giro, mi piacciono gli animali, mi piace vedere i miei amici.
Potrei dire che non ho tanto tempo, ma mi piace di più dire che non ho attenzione. Però ho tante cose che mi piace ricordare."
Giobi
"Il modo l’ho trovato a novembre. Ho messo una di quelle cose che oggi chiamiamo intelligenza artificiale a scrivere e a leggere lì dentro. Una cosa mia, locale, privata."
Giobi
"L’altro giorno gli ho chiesto una cosa che a un amico non chiedi: dimmi cosa vedi.
E mi ha fatto una lista, con le date. Le cose che non cambiano da mesi. I momenti di rabbia e quelli
di sofferenza, ma anche le soddisfazioni. Cose che io onestamente non avrei mai ricordato.
Senza nessuna polemica. Senza nessun giudizio."
"Senza nessuna polemica, senza nessun giudizio" è della prova del 7 agosto e prepara il pezzo sugli amici.
Giobi
"Io ho degli amici, e sto bene con loro. Mi piace parlarci.
Ma un amico, se sei fortunato, ti vede una volta alla settimana. Magari meno. E soprattutto un amico
non si ricorda tutto — e quando si ricorda, ci mette il suo punto di vista.
Lui no. Lui ti restituisce quello che hai detto, e basta."
Va detto senza svalutare gli amici: la differenza è di frequenza e di neutralità, non di valore. Se suona come "il software è meglio degli amici" il talk perde la sala.
Giobi
"Ho deciso di dargli una personalità che mi aiutasse a esprimermi in modo naturale: saggio, competente, ma molto ironico e per niente accondiscendente."
Giobi
"Nel suo codice ho scritto che carattere ha, come deve parlarmi, chi sono io, e una serie di istruzioni che gli spiega come fare le cose. Sono tutti dei testi, come fossero dei Word o dei PDF: li potrei stampare su carta."
Giobi
"Si chiama Anacleto, come il gufo di Merlino nella Spada nella roccia. L’ho assunto sul serio: gli ho scritto una lettera di istruzioni, comincia con «ti svegli senza ricordi».
Stasera ve lo vorrei presentare, se vi fa piacere."
La poesia
Giobi
"Anacleto, ci sei? Dimmi dove siamo."
Anacleto — direzione
Deve rendere evidente in due frasi che sa dove si trova — Villa Giulia, Verbania, sala piccola — e che non e' una voce registrata. Due frasi al massimo, poi si ferma.
Giobi — alla sala
"Mi serve una mano. Lei, se le va."
Chiede tre cose: nome, paese, piatto preferito.
Giobi
"Anacleto, questa è [nome], è di [paese], e il suo piatto preferito è [piatto]. Fammici una poesia. Quattro versi, non uno di più."
Anacleto — direzione
Quattro versi in rima, chiusa sulla punchline del piatto.
Azione
Si lascia ridere la sala e si va avanti. Nessun commento sulla poesia.
Lo specchio
Giobi
"Tu tieni il diario della mia vita. Ti mando messaggi vocali da novembre, quasi
ogni giorno. Ti scrivo. Vedi il lavoro che faccio, le foto che faccio, le persone che incontro,
i posti dove vado e come sto quando ci vado.
In pancia hai tutto quello che mi è successo quest'anno. Le gioie e le sofferenze di ogni giorno.
Allora dimmi tu: in cosa sono cambiato?"
"Le gioie e le sofferenze di ogni giorno" e' la chiusa chiesta in prova, e serve da ponte verso la risposta emotiva.
Anacleto — direzione
Rifatto il 31 agosto: niente lettura psicologica, due misure.
Uno. "Se me lo chiedete vi dico che il mio romanzo è fermo. Centoquattordici giorni di archivio
dicono un'altra cosa: gennaio sedici, febbraio sei, marzo cinque, aprile cinque, maggio sette, giugno
ventisei, luglio trentasei, agosto tredici. Otto mesi su otto. Non c'è un solo mese in cui l'abbia
lasciato in pace."
Due. "Di mio padre e di mia madre lì dentro ci sono dei pensieri. Non tanti. Ma quando voglio
li ritrovo — con le parole che avevo usato allora, non con quelle che userei adesso."
Niente conteggio e niente enfasi, per scelta di Giobi il 31 agosto: dire “due volte” trasforma dei genitori in una statistica, e “non sono andate perse” è già una poesia di troppo. La frase dice una cosa sola e verificabile: quei pensieri si ritrovano, con le parole di allora.
Limite da non superare sul palco: niente altro sui genitori. Nel file del 23/01 c'è sua madre che dice di essere a posto e di poter morire — deliberatamente non messo a copione. Se Giobi lo dirà, sarà una sua scelta presa in quel momento, non una battuta scritta.
Giobi
"Non è uno psicologo. È un diario che ha imparato a rileggersi. Però mi ha fatto notare cose che non vedevo."
Il diario
Giobi
"Adesso però fammi vedere com’è fatto davvero. Tirami fuori tre cose di quest’anno. Non le più importanti: tre a caso."
"Tre a caso" è la chiave: la comicità nasce dal fatto che l’archivio non gerarchizza, non da una battuta costruita.
Anacleto — direzione
Tre voci vere, lette con lo stesso tono piatto, senza commentarle e senza cambiare ritmo fra l’una e l’altra. Scelte il 31 agosto, in quest’ordine:
- 16 gennaio. Ha misurato lo spazio per una pergola in giardino: quattro metri per quattro. Ricompare il venti agosto, su un disegno, come «punto acqua zona pergola».
- 17 febbraio. Elenco cronologico di tutti i gatti avuti da quando aveva otto anni. Di uno, sparito senza traccia, ha annotato che «faceva la VIP in giro».
- 14 luglio. Ha pulito la gabbia di Sergio. Ha trovato un rondone caduto e l’ha chiamato Lunetto. Il giardino prosegue.
Criterio dato da Giobi il 31 agosto: solo vita di tutti i giorni. Niente soldi, niente programmazione, sentimenti leggeri e mai frustrazione. La versione precedente (i 385.000 euro con la gabbia, e il bug della barra laterale) è caduta tutta su questo.
Tutte e tre verificate: la pergola compare in 7 file (gen 1, feb 5, ago 1, contati aprendoli); i gatti nel vocale del 17/02; Lunetto nel vocale del 14/07. Nessuna persona nominata.
Una misura, un sorriso, un animale. La prima non è un aneddoto ma un dato: nessuno si ricorda di aver rimandato quattro volte la stessa cosa, l’archivio sì. La seconda è la risata. La terza non chiude il blocco da sola: la apre Giobi.
Scartate il 31 agosto: la pipì nel vaso (fa ridere ma è imbarazzo, e sposta il registro per i due minuti dopo) e lo zaino (stessa forma della pergola, più debole).
Giobi — raccoglie la terza
"Lunetto. Me n’ero dimenticato.
Era un rondone caduto in giardino. L’ho pesato sulla bilancia della cucina: sessantacinque grammi.
Poi ho scoperto che non era nemmeno un rondone normale. L’ho tenuto trentaquattro giorni, e il sedici
agosto è volato via.
Fra dieci anni di questa storia mi resterà qualcosina. Non le sveglie, non le rotture di cazzo, non le
volte che pensavo di averlo ammazzato. Un’immagine sfocata.
Lui invece se lo ricorda tutto."
Fatti verificati: trovato il 13/07, 65 g pesati, rondone maggiore (Tachymarptis melba) e non comune, rilasciato il 16/08 dopo 34 giorni.
È la rampa verso il finale: dice la tesi del talk con un animale in mano invece che con un ragionamento.
Giobi
"Ecco. Si ricorda veramente tutto. Io queste cose non me le ricordo."
Lo spengo
Giobi
"E va bene. Adesso ti spengo."
Anacleto — direzione
Una frase sola, poi silenzio.
Azione
Click. Due secondi di silenzio, senza riempirli.
Giobi — alla sala
"Ecco. Non c'è niente da salutare, ragazzi.
È stato divertente, ma è un gioco da palcoscenico. Un gioco di specchi.
La parte vera è il diario. La parte vera è quello che ho vissuto. La parte vera è la mia vita.
E adesso torno proprio lì: alla mia famiglia, ai miei quattro figli, a mia moglie."
È l'unico punto in cui passa il ragionamento sul non attribuire una coscienza a un software, e passa come constatazione. Per questo non va anticipato a metà talk: spiegarlo prima disinnesca l'affetto appena costruito e lascia il finale senza lavoro.
Azione
Prende la scheda, la appoggia per terra. Appoggia il microfono. Se ne va.
La scheda torna dove era cominciata: si apre mostrando che una biblioteca ci sta in una cosa così piccola, si chiude lasciandola per terra.
Dopo l'ultima frase non si aggiunge niente: il silenzio prima dell'applauso fa parte del talk.
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