TEDx Verbania Copione integrale

Il mio collega è un gufo

Villa Giulia, Verbania — 31 agosto 2026 · 10 minuti

A sinistra si legge. A destra, solo quando serve.

La chiave del talk: la memoria non è più quello che riesco a trattenere, è quello che riesco a ritrovare. Si dice una volta sola, nel blocco 1, e non si spiega.
BLOCCO 1

La scheda

3 min

Azione

Entra con la mano chiusa. La scheda non si vede.

Nessun annuncio dell'argomento. Il primo suono del talk è una domanda. Niente "buonasera", niente "mi presento" — richiesta delle organizzatrici.

Giobi

“Vi faccio una domanda. Se da domani vi metteste a scrivere tutte le cose importanti della vostra vita: con chi avete parlato, cosa vi siete detti, e anche quelle cose che rimuginate quando siete da soli. E se l’aveste fatto da quando eravate in grado di farlo.

Quante biblioteche riempireste?”
Pausa vera dopo la domanda. Lasciali contare gli scaffali in testa: la risposta che arriva è l'opposto di quella che si stanno figurando.

Giobi

“Nessuna. Neanche una. Una vita intera scritta sta in una parete di libri.”
Sotto c'è un calcolo vero, se qualcuno chiede: al ritmo del diario, 35 anni fanno ~735 volumi. Ma non dire il numero: la sgonfiata funziona perché è netta.

Azione

Apre la mano: una microSD.

MicroSD e non chiavetta: più piccola di quanto chiunque si aspetti.

Giobi

“Qui. La vedete? Lei in prima fila, a malapena. Lì in fondo, niente.”

“E qui dentro una biblioteca ci sta tutta. Una quarantina di vite intere. Una cosa così piccola.”
In presa diretta, indicando persone vere. Niente prezzo e niente grammi. Una quarantina è arrotondato apposta: il numero esatto è 36 e non serve a nessuno.

Giobi — la chiave

“Quindi lo spazio non è mai stato il problema. E nemmeno ricordare.
Il problema è ritrovare.”
La frase che regge il talk. Detta una volta sola, mai spiegata, mai ripetuta. I numeri di prima servono solo a guadagnarsi il diritto di dirla. Il finale la chiude da solo.

Azione

Rimette via la scheda.

Se resta in mano la sala guarda quella e smette di ascoltare. Torna solo alla fine.

Giobi

“Io lo faccio dal primo novembre. Dieci mesi.”

“Sono Giobi, faccio il programmatore, ho quattro figli. Mi piace cantare, mi piace fotografare le cose, mi piace andare in giro, mi piacciono gli animali, mi piace vedere i miei amici.
Potrei dire che non ho tanto tempo, ma mi piace di più dire che non ho attenzione. Però ho tante cose che mi piace ricordare.”
“Non ho attenzione” è più onesto e più originale di “non ho tempo”, ed è il motivo per cui trattenere non funziona. L'elenco delle cose che ti piacciono serve al finale: la vita a cui torni dev'essere già stata nominata.

Giobi

“Il modo l’ho trovato a novembre. Ho messo una di quelle cose che oggi chiamiamo intelligenza artificiale a scrivere e a leggere lì dentro. Una cosa mia, locale, privata.”
Tre aggettivi e stop. Il resto sulla tecnologia era stato tagliato perché suonava commerciale.

Giobi

“Io ho degli amici, e sto bene con loro. Mi piace parlarci. Ma un amico, se sei fortunato, ti vede una volta alla settimana. Magari meno.
E un amico ricorda per sé, e ti restituisce la sua versione. Questo mi restituisce la mia, con le parole di quel giorno.”
Il pezzo chiesto in call. Mai far sembrare che il software sia meglio degli amici: la differenza è di frequenza e di neutralità, non di valore. Se suona come “il software è meglio”, il talk perde la sala.

Giobi

“Ho deciso di dargli una personalità che mi aiutasse a esprimermi in modo naturale: saggio, competente, ma molto ironico e per niente accondiscendente.

Nel suo codice ho scritto che carattere ha, come deve parlarmi, chi sono io, e una serie di istruzioni che gli spiega come fare le cose. Sono tutti dei testi, come fossero dei Word o dei PDF: li potrei stampare su carta.

Si chiama Anacleto, come il gufo di Merlino nella Spada nella roccia. L’ho assunto sul serio: gli ho scritto una lettera di istruzioni, comincia con «ti svegli senza ricordi».

Stasera ve lo vorrei presentare, se vi fa piacere.”
Riscritto da Giobi, 31 agosto. Copre lo stesso terreno di prima ma partendo dal perché invece che dal cosa: la personalità è una scelta funzionale (serve a farti parlare), non una caratteristica di prodotto. La richiesta delle organizzatrici — la parte semantica, non quella tecnica — resta soddisfatta.

“Come fossero dei Word o dei PDF” è il modo giusto: dice cosa sono senza usare una parola da manuale.

La lettera resta una battuta di cinque secondi, non si legge mai per intero. E c'è un'eco che lavora da sola: lui si sveglia senza memoria, e il suo mestiere è ritrovare la tua.
BLOCCO 2A

La poesia

2,5 min ▶ apri la voce

Giobi

“Anacleto, ci sei? Dimmi dove siamo.”
Prima battuta della parte live: da qui ogni attesa si sente. È la ragione per cui il resto del blocco è scritto corto.

Anacleto

Due frasi: dove siamo, e un'osservazione concreta su te o sulla sala. Poi si ferma.

Il limite di due frasi è la cosa più importante di tutta la parte vocale: se parte a ruota qui, il 2B arriva con la sala già stanca di sentirlo. Nel prompt è vietato rispondere “sono qui” e sono vietate le battute da gufo (penne, ali, becco).

Giobi — alla sala

“Mi serve una mano. Lei, se le va.”

Le chiede nome, paese, piatto preferito.

Adocchiala prima di salire. I trenta secondi persi a cercare qualcuno in sala non si recuperano più.

Giobi

“Anacleto, questa è [nome], è di [paese], e il suo piatto preferito è [piatto]. Fammici una poesia. Quattro versi, non uno di più.”
Il numero di versi va detto ad alta voce: è un vincolo per lui e una promessa per la sala che non durerà.

Anacleto

Quattro versi in rima, chiusa sul piatto.

Un sonetto sarebbe quaranta secondi di generazione più quaranta di ascolto, e uscirebbe il registro aulico — la cosa meno divertente che sa fare.

Azione

Si lascia ridere la sala e si va avanti. Nessun commento sulla poesia.

È l'unico blocco che non serve la chiave: prova che la voce è viva, e senza quella prova nessuno crede al 2B e al 2C. Serve, ma non giustificarlo: se lo spieghi si vede la cucitura.
BLOCCO 2B

Lo specchio

2,5 min

Giobi

“Tu tieni il diario della mia vita. Ti mando messaggi vocali da novembre, quasi ogni giorno. Ti scrivo. Vedi il lavoro che faccio, le foto che faccio, le persone che incontro, i posti dove vado e come sto quando ci vado.

In pancia hai tutto quello che mi è successo quest’anno. Le gioie e le sofferenze di ogni giorno.

Allora dimmi tu: in cosa sono cambiato?”
L'elenco serve a far capire che in pancia ha il diario intero, non solo delle chat. “Le gioie e le sofferenze di ogni giorno” è il ponte verso la risposta.

Anacleto — primo

“Il tuo romanzo tu lo dai per fermo. Non è fermo: non c’è un mese di quest’anno in cui non ci abbia messo mano. Eri convinto di averlo mollato a marzo.”
Verificato: 114 file, nessun mese a zero. Niente conteggio a voce — una statistica detta dal palco non si segue e ti fa sembrare uno che legge un foglio.

Anacleto — secondo

“Di tuo padre e di tua madre lì dentro ci sono dei pensieri. Non tanti. Ma quando vuoi li ritrovi — con le parole che avevi usato allora, non con quelle che useresti adesso.”
È la risposta a “sì, ma a cosa serve”, e non racconta niente di loro. Limite da non superare: nessun altro dettaglio sui tuoi genitori. Se vorrai dire qualcosa in più, sarà una scelta presa lì, non una battuta scritta.

Giobi

“Non è uno psicologo. È un diario che ha imparato a rileggersi. Però mi ha fatto notare cose che non vedevo.”
Il confine va messo, ma detto in positivo e in una riga. Poi si esce subito, prima che il momento diventi solenne.
BLOCCO 2C

Il diario

2 min

Giobi

“Adesso però fammi vedere com’è fatto davvero. Tirami fuori tre cose di quest’anno. Non le più importanti: tre a caso.”
“Tre a caso” è la chiave del blocco: la comicità nasce dal fatto che l'archivio non gerarchizza, non da una battuta costruita. Criterio: deve far sorridere, non deve essere una barzelletta.

Anacleto — tre voci, tono piatto

Sedici gennaio. Ha misurato lo spazio per una pergola in giardino: quattro metri per quattro. Ricompare il venti agosto, su un disegno, come «punto acqua zona pergola».

Diciassette febbraio. Elenco cronologico di tutti i gatti avuti da quando aveva otto anni. Di uno, sparito senza traccia, ha annotato che «faceva la VIP in giro».

Quattordici luglio. Ha pulito la gabbia di Sergio. Ha trovato un rondone caduto e l’ha chiamato Lunetto. Il giardino prosegue.
Tutte vere e verificate nei diari vocali. Lette senza cambiare ritmo fra l'una e l'altra e senza far capire quale sia divertente. Nel prompt sono trascritte esatte: non può improvvisarle.

Giobi — raccoglie la terza

“Lunetto. Me n’ero dimenticato.
Era un rondone caduto in giardino. L’ho pesato sulla bilancia della cucina: sessantacinque grammi. Poi ho scoperto che non era nemmeno un rondone normale. L’ho tenuto trentaquattro giorni, e il sedici agosto è volato via.

Fra dieci anni di questa storia mi resterà un’immagine sfocata. Non le sveglie, non le rotture di cazzo, non le volte che pensavo di averlo ammazzato.
Ma non è persa. Posso tornare a prenderla.”
Il romanzo sta in bocca a te, non ad Anacleto. Lui legge piatto: se romanzasse smetterebbe di essere un archivio. Aprendone una tu, il blocco smette di essere “tre battute” e diventa l'archivio che ti riapre una cosa in mano. È la rampa verso il finale.
FINALE

Lo spengo

1,5 min

Giobi

“E va bene. Adesso ti spengo.”
Senza cattiveria e senza solennità, come si chiude un discorso con un collega a fine giornata.

Anacleto

Una frase sola. Poi silenzio.

Niente gag interrotta a metà: era una proposta del team, scartata. La risata è già stata, qui serve che scenda.

Azione

Click. Due secondi di silenzio, senza riempirli.

Da dentro sembrano lunghissimi, da fuori sono giusti. È il momento in cui la sala si accorge di essersi affezionata.

Giobi — alla sala

“Ecco. Non c’è niente da salutare, ragazzi.
Lo spengo, non la spengo.

È stato divertente, ma è un gioco da palcoscenico. Un gioco di specchi.
La parte vera è il diario. La parte vera è quello che ho vissuto. La parte vera è la mia vita.

E adesso torno proprio lì: alla mia famiglia, ai miei quattro figli, a mia moglie.”
“Lo spengo, non la spengo”: quello che spegni è il modo di ritrovare, non la memoria — che resta lì per terra. Non spiegarla.

La famiglia rientra come chiesto da Iris, ma senza “meravigliosa”: è l'aggettivo per cui era stata tolta.

Azione

Prende la scheda, la appoggia per terra. Appoggia il microfono. Se ne va.

Appoggiare invece di buttare: più freddo e più definitivo, uno che posa gli attrezzi. La scheda torna dove era cominciata. Dopo l'ultima frase non si aggiunge niente: il silenzio prima dell'applauso fa parte del talk.